"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

Po vs Danubio

“I tedesco-parlanti lo vivono ancora, il grande fiume centroeuropeo, [il Danubio] lo navigano, ci pedalano di fianco, hanno tanti bei paesini che vi si affacciano, lo attraversano in canoa, prendono i battelli che permettono di passare da una riva all’altra con tanto di bici al seguito.

Noi il nostro grande fiume lo evitiamo e le attività lavorative che vi si svolgevano un tempo hanno ormai cambiato faccia: una volta c’erano frotte di contadini che andavano lungo il Po a coltivare i campi resi fertili dalle sue acque, terrazzieri che scavavano la terra, boscaioli che tagliavano gli alberi nelle golene e, nel tempo libero, gente che cercava di procurarsi da mangiare per la famiglia gettando la lenza in acqua oppure lasciava la bicicletta appoggiata agli alberi vicino alla riva per andare a farsi un tuffo, mentre gli innamorati si nascondevano dietro ai cespugli per starsene da soli.”

Francesca Cosi  in “FLUMEN: viaggio sul Po” con fotografie di Alessandra Repossi

Argini e panorami

“La natura di confine incarnata dall’argine rimane per così dire implicita nelle fotografie; nel senso che di frequente la struttura arginale fisicamente non appare, ma le immagini che ne derivano sono possibili soltanto grazie alla sua presenza.

La panoramicità dell’immagine (pochi metri di sopraelevazione in pianura fanno guadagnare visibilità inedite) non sarebbe attingibile senza la postazione rialzata.

La necessità idraulica di difendersi dalla forza delle acque attraverso la costruzione di possenti barriere arginali si fa dunque opportunità estetica di contemplazione del paesaggio circostante, in un’affascinante commistione fra il concreto utilitarismo di una civiltà profondamente contadina, terragna, e la parentesi di contemplazione in un momento di gratuità percettiva.”

Davide Papotti nella sua introduzione al libro “FLUMEN: viaggio sul Po” con fotografie di Alessandra Repossi

Vorrei

“Mi piace osservare il paesaggio, la natura o quella vecchia littorina che ora transita nella pianura; e in quel paesaggio, in quella natura e in quella littorina troverò sicuramente un particolare che a nessuno interessa.

Attraverso il mio obiettivo vorrei far emergere i paesaggi ai margini, dare dignità a particolari sfuggenti, le piccole cose senza importanza di cui parla W.H. Hudson.

Come quel raggio di luce che filtra dal gelso proiettando ombre scure sul muro del panificio, dove c’è scritto semplicemente Panificio su una tavola di legno. Nessuno bada al raggio di luce, nemmeno l’anziana signora con il fazzoletto nero che esce dalla bottega con due grosse pagnotte nella borsa.”

K.Schinezos in “Foce. Taccuini dal Delta del Po”

Confini

“Il Delta non ha confini visibili ma da qualsiasi parte arrivi, Veneto o Emilia Romagna, intuisci che da un punto in avanti paesaggi, parole, umori, atteggiamenti, sguardi non sono più gli stessi. Il Delta è fatto d’acqua e di terre sottratte all’acqua, vive d’acqua e teme l’acqua dei suoi stessi fiumi. Se una mappa geografica ha senso per qualsiasi luogo, qui rimane un’indicazione approssimativa perché il Delta oggi è già diverso rispetto a ieri e domani non sarà più lo stesso. Il fiume porta, il mare divora, il vento e le maree modellano e la linea della costa si trasforma in continuazione. Nebbia, foschia, zanzare, umidità, caligine, il Delta cerca di respingerti in tutti i modi ma il suo linguaggio è incomprensibile e ha effetto contrario.

Nei centri urbani e nelle campagne abita la solitudine, quella di sempre e quella di oggi, fatta di villette dai colori vivaci e antenne paraboliche, dove furgoncini di surgelati e campanili servono davvero. Parole poche e pensieri infiniti.”

K.Schinezos in “Foce. Taccuini dal Delta del Po”

L’arrivo a Viterbo raccontato da Guido Piovene

“Ricordo un giorno di maggio che giunsi a Viterbo per il Cimino ed il lago di Vico.

Case isolate nelle prospettive spaziose, simili a fortilizi, con un alto muro di cinta intorno al giardino adiacente; torri-vedetta che spuntavano tra i castagni; le rocce pittoresche traforate di specchi, tondeggianti e poco profondi; borghi scuri di tufo, ville di principi, fontane monumentali, greggi di pecore, pastori; e intorno il rosso paonazzo dell’erba medica, il rosso vivo dei papaveri, il turchino dei fiordalisi, il violetto dei cardi sugli steli argentati, il giallo risplendente delle ginestre. Il giallo oro, il purpureo, il paonazzo, il violetto; anche la natura vestita dei colori più ricchi, i colori cardinalizi, di vetrata o di paramento.”

Guido Piovene in “Viaggio in Italia”

Valà valà valà

“Enrico, detto Rico, è il fratello maggiore del mio babbo. A differenza di lui, non è alto di statura, è tarchiato, ha le spalle larghe e ben piazzate e la sua testa ha una forma squadrata che sembra voler spaccare il mondo. (…) Ha sopracciglia nere come la pece, folte come foreste e il vocione.

Parla sempre di un poeta, tale Dino Campana, che è nato a Marradi e di cui lui e il mio babbo sono molto appassionati. Parlano di Dino come se fosse uno di casa, ma a un certo punto io capisco che è vissuto molti anni prima, che lo chiamavano E’ mat (il matto), che è morto dopo aver scritto cose molto belle, in versi, e che non è stato molto felice nella sua vita.

Lo zio Rico è uno dei miei zii preferiti, quando viene a trovarci e parla sembra sempre sul punto di arrabbiarsi, diventa rosso, e invece all’improvviso scoppia a ridere e dice valà valà valà. Sempre tre volte, mai una di più, mai una di meno.”

Ilaria Tagliaferri in “Quando arriva la musica”