”La noia del viaggio è largamente ripagata dall’emozione dell’arrivo a New York, la più spettacolare visione che sia data di vedere su questa terra. I grattacieli affiorano grigi nel cielo appena chiaro e sembrano enormi rovine d’una mostruosa New York abbandonata di qui a tremila anni. Poi poco a poco si distinguono i colori diversi da qualunque idea che uno se ne faceva, e un complicatissimo disegno di forme. Tutto è silenzioso e deserto, poi si cominciano a veder scorrere le auto.”
”Perché la morfologia delle fogne è ricca di polisemia letteraria. (…) In qualche occasione, quando si incontrano e precipitano, le acque sporche formano cascate sepolte, come quella che unisce i liquami della Gran Vía a quelli della Zona Franca, fecce della piccola borghesia e del proletariato immigrato, grasso di filetto di manzo e di economiche salsicce non più identificabili.”
”Ma dopo pochi giorni di Los Angeles già mi accorgo che la vita qui è impossibile, più impossibile che in qualsiasi altro posto d’America e per il visitatore momentaneo (che invece di solito può godere una città meglio del residente) è addirittura disperante. Le enormi distanze fanno sì che una vita sociale è praticamente impossibile, tranne che per quelli di Beverly Hills tra loro, tra quelli di Santa Monica tra loro, tra quelli di Pasadena tra loro, e così via, cioè si ricade in una vita di provincia anche se dorata.
(…)
Alla mancanza di forma corrisponde una mancanza di anima della città, anche di quell’anima volgare tipo Chicago che speravo di riconoscervi; veramente non è una città, ma un conglomerato di gente che guadagna, ha mezzi eccellenti per lavorare bene ma nessun legame. Del resto già Piovene ha descritto molto bene Los Angeles e non mi dilungo; rimando al suo capitolo che è ottimo.”
”Da quando ho lasciato New York non sento che parlar male di New York un po’ con lo stesso spirito con cui noi parliamo male di Roma (si capisce è tutto diverso) eppure tutto è giusto, però New York è forse l’unico posto in America dove ci si sente al centro e non in periferia, in provincia, perciò ancora preferisco il suo orrore a una bellezza di privilegio, le sue servitù alle libertà che restano locali e privilegiate e particolaristiche, che non costituiscono antitesi.”
”In queste settimane argomento d’obbligo di tutte le conversazioni newyorkesi è il nuovo museo disegnato da Frank Lloyd Wright per ospitare la collezione Salomon Guggenheim, da poco inaugurato. Tutti lo criticano; io ne sono un sostenitore fanatico ma mi trovo quasi sempre isolato. È una specie di torre a spirale, una rampa continua di scale senza gradini, con una cupola di vetro. Salendo e affacciandosi si ha sempre una vista diversa con proporzioni perfette, dato che c’è una sporgenza semicircolare che corregge la spirale, e in basso c’è una fettina d’aiola ellittica e una vetrata con uno spicchio di giardino, e questi elementi, mutando sempre a ogni altezza ci si sposti sono un esempio di architettura in movimento di esattezza e fantasia uniche.” Italo Calvino in “Eternità a Parigi”
”Quando sono arrivato a New York quattro mesi fa, a novembre, mi bastava mettere il naso in strada e ogni cosa mi pareva nuova e memorabile, degna d’esser scritta e commentata, chiave d’un ragionamento, d’un’interpretazione generale. Ricordo la prima sera a New York, in giro per Filth Avenue, l’immagine gioiosa e improvvisa del pattinatori sulla pista di ghiaccio del Rockefeller Center, il rapporto tra le dimensioni dei grattacieli e lo spazio sgombro di Central Park come m’appariva dalle finestre d’un sedicesimo piano, e le librerie aperte di notte, la tromba di Dizzy Gillespie al Metropole Cafe, il fumo dell’impianto di riscaldamento cittadino che esce dai tombini per le strade… Ricordo i primi giorni, il divertimento andando in subway a guardare la gente e indovinare le origini, lo stato sociale…”