”Mi attira soprattutto la vita nei cortili: una porta bassa, arco di creta e paglia, che dà in uno spazio quadrato con tre o quattro case d’abitazione, dove si vedono spesso delle capre legate, un cane che gironzola, lenzuola stese, bambini in libertà. Qualcuno arriva in motorino, una bambina setaccia non so cosa, una donna batte il fonio. Tutti questi andamenti quotidiani nei cortili sono come tempo sospeso, e i bei colori dei vestiti sono un’aureola della vita di pura sussistenza.”
”I gradoni dello sfioratore, quel meccanismo che serviva a raccogliere le acque eventualmente in eccesso, inutilizzati, sono spalti vuoti di un teatro senza più spettacoli.”
”M’accorgo che non ho scritto un pezzo su Fifth Avenue, e ora è troppo tardi, sto per partire, non lo scriverò più. Peccato: sarebbe venuto un bel pezzo, lungo, avrei descritto la strada pezzo per pezzo da come comincia nel décor fine Ottocento di Washington Square, e come vien su nella prosaicità commerciale di Midtown, e poi i classici grattacieli, il Rockefeller Center, i negozi eleganti, le residenze signorili lungo il Central Park…
Avrei rievocato le giornate caratteristiche: il Thanksgiving Day, in novembre, quando il grande emporio Macy’s organizza una sfilata di carri e aerostati per divertire i bambini; o il giorno di St Patrick, in marzo, con l’interminabile corteo degli irlandesi, vestiti in costume col gonnellino, che noi avremmo giurato fosse scozzese…
Niente: è troppo tardi; di queste cose gioiosamente banali, o se ne scrive alla prima scoperta o non se ne scrive più.
Dopo un poco viene perfino il pudore di dichiarare loro il proprio amore, come a certe donne che sono state di molti.
Invece i newyorkesi no: nulla dà loro più soddisfazione che descrivere e ridescrivere la loro città, come fosse la più gran scoperta, nulla dà loro più soddisfazione che leggere di cose che vedono tutti i giorni.”
”La noia del viaggio è largamente ripagata dall’emozione dell’arrivo a New York, la più spettacolare visione che sia data di vedere su questa terra. I grattacieli affiorano grigi nel cielo appena chiaro e sembrano enormi rovine d’una mostruosa New York abbandonata di qui a tremila anni. Poi poco a poco si distinguono i colori diversi da qualunque idea che uno se ne faceva, e un complicatissimo disegno di forme. Tutto è silenzioso e deserto, poi si cominciano a veder scorrere le auto.”
”Perché la morfologia delle fogne è ricca di polisemia letteraria. (…) In qualche occasione, quando si incontrano e precipitano, le acque sporche formano cascate sepolte, come quella che unisce i liquami della Gran Vía a quelli della Zona Franca, fecce della piccola borghesia e del proletariato immigrato, grasso di filetto di manzo e di economiche salsicce non più identificabili.”
”Ma dopo pochi giorni di Los Angeles già mi accorgo che la vita qui è impossibile, più impossibile che in qualsiasi altro posto d’America e per il visitatore momentaneo (che invece di solito può godere una città meglio del residente) è addirittura disperante. Le enormi distanze fanno sì che una vita sociale è praticamente impossibile, tranne che per quelli di Beverly Hills tra loro, tra quelli di Santa Monica tra loro, tra quelli di Pasadena tra loro, e così via, cioè si ricade in una vita di provincia anche se dorata.
(…)
Alla mancanza di forma corrisponde una mancanza di anima della città, anche di quell’anima volgare tipo Chicago che speravo di riconoscervi; veramente non è una città, ma un conglomerato di gente che guadagna, ha mezzi eccellenti per lavorare bene ma nessun legame. Del resto già Piovene ha descritto molto bene Los Angeles e non mi dilungo; rimando al suo capitolo che è ottimo.”