“Siamo in una società in cui c’è chi non riesce a mangiare e c’è chi ha troppi soldi e non sa come spenderli. Ai giovani che non si interessano di politica io dico: «Durante il fascismo noi non potevamo dire solamente “povera Italia”. Volete provare il fascismo? E provatelo. Vi piace la guerra? E provatela».”
GiacomoMartinengo in “Il mondo dei vinti” di Nuto Revelli (intervista raccolta il 30 giugno 1970)
“Francesco guida il trattore, io gli vado dietro sulla macchina operatrice, lui ha il suo orologio e io il mio, regoliamo con l’orologio il lavoro, senza parlarci, intanto lui non mi sentirebbe a parlare tanto è rumoroso il motore. Non parliamo piú tra noi, a volte passiamo una settimana senza parlarci.
Una volta andando sui campi con le bestie e il carro si andava in compagnia, una volta era tutto un discorso. Adesso la macchina ci isola, ci ha fatto diventare piú chiusi di prima, siamo schiavi della macchina. La macchina ci tira, ci fa marciare. Corro a casa a guardare le bestie, poi devo fare il pranzo di corsa, poi di corsa devo portare il mangiare sui campi.
”Non avevo né schemi fissi né tesi obbligate da difendere. Non sono lo storico che si avvicina al passato con freddezza, con distacco. Dentro di me si affollavano i ricordi, vivi e brucianti come se la guerra partigiana si fosse momentaneamente interrotta ieri.
Non avevo fretta: non ho mai creduto nelle ricerche del tipo «a domanda risponde», non lavoro a cottimo. Il contadino procede con il passo lento, il contadino non ostenta mai le corsette rapide del bersagliere: le risposte valide del contadino occorre sempre cercarle negli episodi che racconta, nei lunghi giri di parole. Adeguare il mio passo al passo dei miei interlocutori era la prima regola che mi ero imposto.”
”All’inizio del secolo i preti erano cosí numerosi che i vescovi riuscivano a stento a collocarli. I vescovi inventavano sempre nuovi incarichi, sempre nuove cappellanie, ma gli organici del clero risultavano irrimediabilmente straboccanti. In un paesino delle Langhe vivevano undici preti: il parroco, i due curati, e otto preti disoccupati.”
”Le colline che si staccano dal Tanaro sono un mosaico di vigneti, di campi verdi e gialli, di terre nude, dure, arse, grige e bianche, pronte per gli scassi. Poi il confine tra la bassa e l’alta Langa, il giardino dei vigneti che si dirada, le colline che si spogliano, che diventano montagna. Chi non conosce le Langhe rischia di perdersi in questo oceano di mari calmi e di mari in burrasca, sempre diversi e sempre uguali, riconoscibili dalle pareti di tufo, dai ritani pro-fondi, dalle torri, dai castelli, dai bricchi. È un paesaggio, quello delle Langhe, che sempre mi incanta. La bassa Langa geometrica ma morbida; l’alta Langa a tratti aspra, come tagliata con l’accetta, ma mai cupa come la montagna.
Tra Pollenzo e Verduno ho raccolto la testimonianza di Pasquale Roggero. Tutte le volte che supero il Tanaro di Pollenzo, come vedo la casa di Roggero, rivivo il suo racconto. È così che imparo a leggere il paesaggio delle Langhe, incontrando la gente, conoscendo la gente. Senza la gente le Langhe diventano un palcoscenico meravigliosoma spento.”
«Qui abbiamo creduto nella motorizzazione: qui tutti hanno comprato il trattore e poi non l’hanno utilizzato. Le macchine sono fatte per i giovani, non per gli anziani e i vecchi. Oggi in non pochi trattori, in non pochi motori, ci sono i tordi che vanno a farci il nido. Se il governo avesse costruito tante strade subito dopo la guerra, l’esodo dalla nostra campagna non sarebbe stato totale: invece la valanga è partita, e non la fermano piú. Hanno aiutato soltanto i grossi, e cosí la grande massa dei piccoli ha dovuto arrendersi. Adesso è tardi per parlare delle cooperative.
Adesso le fanno le strade, ma non sono per noi, sono per il turismo. Era nel passato che avevamo bisogno di aiuto: avrebbero dovuto capire che quando non c’è il soldo non c’è il coraggio».
Giuseppe Dalmasso intervistato (attorno al 1970) da NutoRevelli in “Il mondo dei vinti”