"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

La doppia natura dei fiumi

“Da lontano i fiumi sembrano stabili, mentre da vicino traboccano di velocità. Spianano il terreno, creando spazio per città, strade e ferrovie, ma lo rivendicano anche: sono escavatori naturali. Sono placidi, e al contempo lunatici; compiaciuti e argentei (…)

Come serpeggianti sentieri d’acqua che si fanno strada attraverso paesaggi modellati, uniscono le persone in gruppi fraterni. Però le dividono anche, come barriere. E mentre nel modo più ovvio sostengono la vita, possono anche toglierla.“

Robert Winder in “Tre fiumi: le vie d’acqua che hanno fatto l’Europa”

Il Reno è un cavallo da tiro

“Il Reno è un fiume capace di ispirare con la sua forza, ma è anche legato ad atroci ricordi. Dopo Bonn e Colonia l’atmosfera cambia ancora. Il Basso Reno è un cavallo da tiro e le sue città odorano di carbone, gasolio e prodotti petrolchimici. Leverkusen, Duisburg, Ludwigshafen: questi sono i muscoli indolenziti dell’industria manifatturiera tedesca, e il Reno è il loro sistema linfatico. Le chiatte dalle prue smussate vanno su e giù insieme alle navi da carico e alle petroliere, svolgendo il loro mestiere su quella carreggiata sfer-ragliante. Alcune hanno nomi come Matterborn o Rothorn, nostalgici ricordi delle vette da cui ha origine il fiume. Nella sua corrente oleosa, tuttavia, non c’è nulla che suggerisca una sorgente alpina. Quello che era iniziato come un torrente è diventato un’autostrada.

Robert Winder in “Tre fiumi: le vie d’acqua che hanno fatto l’Europa”

La città non si misura in metri quadri e distanze ma in relazioni possibili

“Per Whyte, gli spazi pubblici non sono sfondi architettonici, ma luoghi di relazione: la città vive quando le persone si fermano, parlano, si guardano, scelgono un posto dove sedersi.

Individuo alcuni principi fondamentali che ancora oggi ispirano la progettazione urbana piú attenta: sedute libere e mobili, per restituire libertà d’uso; visibilità e sicurezza, perché vedersi e sentirsi visti genera fiducia; elementi attrattivi (alberi, acqua, luce, ombra) che stimolano i sensi e trattengono le persone; flessibilità d’uso, perché la vita urbana è fatta di sovrapposizioni e di incontri imprevisti. La sua lezione civile resta attualissima: la città non si misura in metri quadri e distanze ma in relazioni possibili.”

Elena Granata in “La città di tutti”

Partire dalla cura per una società meno violenta e piú giusta

”Ricapitoliamo per maggior chiarezza.
Primo. Chi si dedica alla cura – dei bambini, degli anziani o di altri esseri viventi – sviluppa spontaneamente una sensibilità particolare verso lo spazio aperto e lo spazio comune. La cura, insomma, educa lo sguardo a cogliere bisogni, relazioni e qualità dei luoghi pubblici.

Secondo. Storicamente, questo lavoro di cura è stato svolto soprattutto dalle donne. E per questa ragione che esse hanno maturato nel tempo una predisposizione specifica verso gli «spazi di soglia», gli spazi intermedi, i luoghi del gioco, della salute e della prossimità. Non si tratta di una caratteristica naturale o biologica, ma del risultato della divisione dei ruoli sociali.

Terzo. Questa stessa attitudine emerge anche negli uomini quando si assumono responsabilità di cura in misura analoga.

La cura, dunque, è una competenza trasformativa che appartiene a tutti e che può contribuire a ridisegnare il nostro rapporto con la città, con gli altri e con la natura.
Quando anche gli uomini affiancheranno stabilmente le donne in questo compito – come accadeva nelle società matriarcali – svilupperanno le stesse competenze e, addirittura, quello che definisco un analogo «paesaggio ormonale», predisposto a questa sensibilità.

Se gli uomini che si prendono cura dei bambini diventano piú prudenti, empatici e sostenibili, allora – suggerisce Hrdy – anche il potere politico, esposto a questa esperienza, potrebbe cambiare natura: meno ossessionato dal dominio, piú attento alla sopravvivenza, ai bambini, al pianeta.
È in questa conversione alla cura che si apre la possibilità di una società meno violenta e piú giusta.

I bambini, i nostri, quelli degli altri, quelli che arrivano sui barconi, quelli dei nostri vicini di casa, sono la nostra ultima occasione per restare umani e accudenti.

L’ultima per gli uomini e per le donne.”

Elena Granata in “La città è di tutti”

I vuoti fanno le città, come le pause fanno la musica.

“Dovremmo guardare alle città come ci ha insegnato a fare Claude Thiberge, architetto e urbanista francese, osservandole al negativo, come si fa con una lastra fotografica: non piú la città dei pieni, degli edifici, delle masse costruite, ma quella dei vuoti che li disegnano. Thiberge li chiama “espaces en creux”: quegli spazi aperti di risulta che permettono alla città di prendere il fiato, le piazze, i viali, i giardini ma anche i cortili, i margini dimenticati tra una casa e l’altra.

In questi spazi la città respira. Non sono scarti o residui, ma spazi potenzialmente generativi, perché danno senso a ciò che li circonda, disegnano la forma dei quartieri, sono un appiglio al nostro orientamento, offrono luce e aria, rendono possibile quell’incontro che non sempre uno stretto marciapiede consente.

I vuoti fanno le città, come le pause fanno la musica.”

Elena Granata in “La città di tutti”

La democrazia senza luogo è piú fragile

”Tra il privato-privato della casa e il pubblico-pubblico della città, ci sono gli spazi terzi (o terzi luoghi), come li definisce Ray Oldenburg, nel suo libro ormai classico, The Great Good Place’: ambienti informali di incontro e socialità che si collocano tra la casa, intesa come primo luogo, e il lavoro o la scuola, considerato il secondo. (…)

In questi luoghi le gerarchie sociali tendono a sfumare: conta la persona piú che il ruolo professionale o il titolo, l’età o il genere. La conversazione, attività principe dei terzi luoghi, diventa un’occasione per tessere relazioni, creare capitale sociale e generare un contesto in cui l’associazione pubblica viene incoraggiata. In questo senso, gli spazi terzi agiscono come un collante sociale, essenziale non solo per la salute psicologica individuale ma anche per la coesione delle comunità.

Per decenni terzi spazi sono stati i circoli Arci, le sedi Acli, le sezioni di partito, ma anche gli infiniti Leoncavallo d’Italia, «irripetibili laboratori di linguaggi, politiche e immaginari radicali», secondo la definizione di Valerio Mattioli”. Luoghi in cui si discuteva di tutto, si imparava a parlare e ad ascoltare, ci si divertiva insieme, si elaboravano linguaggi artistici e culturali, in cui l’appartenenza prendeva forma nello stare insieme. La politica non era solo un’idea astratta, ma una pratica quotidiana che passava attraverso spazi dedicati.
Oggi quel mondo non c’è piú. (…)

È avvenuto un passaggio epocale, dalla politica radicata nei territori alla politica smaterializzata del digitale. Il dibattito si è spostato online, nei social network, dove la velocità sostituisce la profondità e la visibilità la relazione. Si raggiungono piú persone, ma si perde la densità del legame, la lentezza necessaria a formare coscienza critica, la possibilità di costruire fiducia.

Ma la democrazia senza luogo è piú fragile.
Non si tratta solo della crisi dei partiti tradizionali, spariscono laboratori di socialità politica diffusa, luoghi di educazione civica, contesti in cui le differenze si incontravano attorno a un tavolo, a una partita a carte, a un comizio improvvisato.”

Elena Granata in “La città è di tutti”