"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

Partire dalla cura per una società meno violenta e piú giusta

”Ricapitoliamo per maggior chiarezza.
Primo. Chi si dedica alla cura – dei bambini, degli anziani o di altri esseri viventi – sviluppa spontaneamente una sensibilità particolare verso lo spazio aperto e lo spazio comune. La cura, insomma, educa lo sguardo a cogliere bisogni, relazioni e qualità dei luoghi pubblici.

Secondo. Storicamente, questo lavoro di cura è stato svolto soprattutto dalle donne. E per questa ragione che esse hanno maturato nel tempo una predisposizione specifica verso gli «spazi di soglia», gli spazi intermedi, i luoghi del gioco, della salute e della prossimità. Non si tratta di una caratteristica naturale o biologica, ma del risultato della divisione dei ruoli sociali.

Terzo. Questa stessa attitudine emerge anche negli uomini quando si assumono responsabilità di cura in misura analoga.

La cura, dunque, è una competenza trasformativa che appartiene a tutti e che può contribuire a ridisegnare il nostro rapporto con la città, con gli altri e con la natura.
Quando anche gli uomini affiancheranno stabilmente le donne in questo compito – come accadeva nelle società matriarcali – svilupperanno le stesse competenze e, addirittura, quello che definisco un analogo «paesaggio ormonale», predisposto a questa sensibilità.

Se gli uomini che si prendono cura dei bambini diventano piú prudenti, empatici e sostenibili, allora – suggerisce Hrdy – anche il potere politico, esposto a questa esperienza, potrebbe cambiare natura: meno ossessionato dal dominio, piú attento alla sopravvivenza, ai bambini, al pianeta.
È in questa conversione alla cura che si apre la possibilità di una società meno violenta e piú giusta.

I bambini, i nostri, quelli degli altri, quelli che arrivano sui barconi, quelli dei nostri vicini di casa, sono la nostra ultima occasione per restare umani e accudenti.

L’ultima per gli uomini e per le donne.”

Elena Granata in “La città è di tutti”

I vuoti fanno le città, come le pause fanno la musica.

“Dovremmo guardare alle città come ci ha insegnato a fare Claude Thiberge, architetto e urbanista francese, osservandole al negativo, come si fa con una lastra fotografica: non piú la città dei pieni, degli edifici, delle masse costruite, ma quella dei vuoti che li disegnano. Thiberge li chiama “espaces en creux”: quegli spazi aperti di risulta che permettono alla città di prendere il fiato, le piazze, i viali, i giardini ma anche i cortili, i margini dimenticati tra una casa e l’altra.

In questi spazi la città respira. Non sono scarti o residui, ma spazi potenzialmente generativi, perché danno senso a ciò che li circonda, disegnano la forma dei quartieri, sono un appiglio al nostro orientamento, offrono luce e aria, rendono possibile quell’incontro che non sempre uno stretto marciapiede consente.

I vuoti fanno le città, come le pause fanno la musica.”

Elena Granata in “La città di tutti”

La democrazia senza luogo è piú fragile

”Tra il privato-privato della casa e il pubblico-pubblico della città, ci sono gli spazi terzi (o terzi luoghi), come li definisce Ray Oldenburg, nel suo libro ormai classico, The Great Good Place’: ambienti informali di incontro e socialità che si collocano tra la casa, intesa come primo luogo, e il lavoro o la scuola, considerato il secondo. (…)

In questi luoghi le gerarchie sociali tendono a sfumare: conta la persona piú che il ruolo professionale o il titolo, l’età o il genere. La conversazione, attività principe dei terzi luoghi, diventa un’occasione per tessere relazioni, creare capitale sociale e generare un contesto in cui l’associazione pubblica viene incoraggiata. In questo senso, gli spazi terzi agiscono come un collante sociale, essenziale non solo per la salute psicologica individuale ma anche per la coesione delle comunità.

Per decenni terzi spazi sono stati i circoli Arci, le sedi Acli, le sezioni di partito, ma anche gli infiniti Leoncavallo d’Italia, «irripetibili laboratori di linguaggi, politiche e immaginari radicali», secondo la definizione di Valerio Mattioli”. Luoghi in cui si discuteva di tutto, si imparava a parlare e ad ascoltare, ci si divertiva insieme, si elaboravano linguaggi artistici e culturali, in cui l’appartenenza prendeva forma nello stare insieme. La politica non era solo un’idea astratta, ma una pratica quotidiana che passava attraverso spazi dedicati.
Oggi quel mondo non c’è piú. (…)

È avvenuto un passaggio epocale, dalla politica radicata nei territori alla politica smaterializzata del digitale. Il dibattito si è spostato online, nei social network, dove la velocità sostituisce la profondità e la visibilità la relazione. Si raggiungono piú persone, ma si perde la densità del legame, la lentezza necessaria a formare coscienza critica, la possibilità di costruire fiducia.

Ma la democrazia senza luogo è piú fragile.
Non si tratta solo della crisi dei partiti tradizionali, spariscono laboratori di socialità politica diffusa, luoghi di educazione civica, contesti in cui le differenze si incontravano attorno a un tavolo, a una partita a carte, a un comizio improvvisato.”

Elena Granata in “La città è di tutti”

Se i luoghi potessero parlare

”Se i luoghi potessero parlare, ne avrebbero di storie da raccontare. Ogni luogo è il nodo di un ipertesto vivente che parla a chi lo sa ascoltare. In modi diversi le città europee raccontano una storia comune che nasce da cinque ispirazioni fondamentali:

che la natura è di tutti,

che i cittadini condividono un diritto alla salute,

che lo spazio educa,

che lo spazio pubblico ci fa cittadini,

che il welfare (il benessere individuale e collettivo) è la forma spaziale della giustizia urbana.”

Elena Granata in “La città è di tutti”

L’Urbe (di qua e di là dal Tevere)

”Qualche mese dopo traslocò al centro di Roma, in una delle zone più chic: via Gregoriana, un palazzo vicino a Trinità dei Monti. Dall’altezza di quelle finestre si godeva un panorama che mandava in visibilio gli ospiti americani: l’intera Urbe di qua e di là dal Tevere e le cime di tutti i suoi monumenti cominciando con la torre del Quirinale e la bandiera del Presidente della Repubblica, continuando col fastigio bianchissimo e stonato dell’Altare della Patria, poi la un po’ meno stonata cupola quadrangolare della Sinagoga, poi innumerevoli campanili e altre cupole fino a San Pietro e, più su, lungo il dosso di Monte Mario, l’Osservatorio Astronomico.”

Mario Soldati in “El Paseo de Gracia”

Così erano arrivati i lupi

”Così erano arrivati i lupi. Si erano moltiplicati grazie all’errore di sottovalutarli, crederli bestie feroci ma primitive, confonderli con i pastori tedeschi, animali domabili, sfruttabili a propria convenienza. Non si sarebbero avvicinati alle case se il paese non fosse stato così affamato. Adesso non erano più soltanto i piccoli borghesi, gli invalidi, i lumpen e il sottobosco criminale a farsi irretire dalle camicie brune. A ogni fabbrica, magazzino, cantiere, altoforno che chiudeva o riduceva produzione e organico, la massa del proletariato si sfaldava. La fame era una cattiva consigliera, e la disperazione anche peggiore. La fame e la disperazione lavoravano per i fascisti e i loro sostenitori neanche più tanto occulti. Le signore dell’alta società già gareggiavano su chi riusciva a rimpinzare Hitler, alla faccia degli operai mandati sul lastrico dai loro consorti.”

Helena Janeczek in “La ragazza con la Leica”