"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

La madre di tutte le vie

“Non è vero che tutte le strade portano a Roma. È più giusto dire che “tutte le strade partono da Roma”. Il conteggio delle miglia inizia e non termina in questo straordinario punto zero. La mappa delle vie consolari è una ragnatela di canali linfatici fatti per innervare le periferie, non il contrario.

In questa rete l’Appia è la Numero Uno, la Madre di tutte le vie. La Regina Viarum. La linea originale è lunga trecentosessanta miglia, pari a 533 chilometri, ma il tracciato percorribile si è allungato fino a 611 chilometri per gli ostacoli cresciuti negli anni dello spreco. È una direttrice indiscutibile, incurante dei dislivelli, costruita col sangue e il sudore di migliaia di sconosciuti. Il segno d’imperio di un cieco di nome Appio Claudio, che a partire dal 312 a.C. ne fa costruire la prima parte fino a Capua nel segno del rettilineo. Tracciare una linea è un atto sacrale che conferisce « chi lo compie un rango superiore, un po’ come Romolo che diventa “rex” disegnando i confini di una città. Le altre vie arriveranno dopo. Si chiameranno Cassia, Popilia, Flaminia, Emilia, Tiburtina-Valeria.

Alla fine del secondo secolo d.C. la rete raggiungerà le 53 mila miglia dalle terre iperboree di Scozia ai confini della Persia, dalle coste atlantiche di Spagna alla Selva di Teutoburgo in Germania, dai deserti della Libia alle nevi del Caucaso. Il sistema stradale migliore del mondo.”

Da “L’Appia ritrovata: in cammino da Roma a Brindisi” con Paolo Rumiz & c.

Passaggio di testimone

“I gatti sanno che è il vento

a portare le storie da una costa all’altra

sorvolando il mare.

Ed è lo stesso vento che fa girare le pagine dei libri,

mettendo l’una accanto all’altra idee ardite,

accostate dal caso o dal destino.”

Paolo Ganz. Incipit di “L’istinto del gatto mediterraneo”

Dopo la lettura di “La ballata del vento” di Mario Ferraguti quale poteva essere il miglior incipit del nuovo libro che mi sto apprestando a leggere dal titolo “L’istinto del gatto mediterraneo”?

Si tratta proprio di un perfetto passaggio di consegne tra Vento (protagonista del libro di Ferraguti) e il Gatto (che ho capito – non serviva poi molto – essere il protagonista del libro di Ganz).

Nuvole, forma e poesia

“Le nuvole non hanno una forma, eppure contengono tutte le forme del mondo. Per definirle dobbiamo paragonarle ogni volta ad altro. Dobbiamo sforzarci di trovare somiglianze, assonanze, similitudini, se vogliamo anche solo indicarle.

Per questo sono l’elemento naturale che più si avvicina alla metafora e al discorso metaforico.

Sono, potremmo dire, l’atto poetico della natura.”

Paolo Millanta in “La rotta delle nuvole”

Nuvole e libertà

“Le nuvole sembravano … andare a tempo su chissà quale musica. A volte sembrava un valzer. A volte qualcosa di più ritmato. Forse c’era una musica nel vento che solo loro riuscivano a sentire.

Chissà.

Fatto sta che volteggiavano completamente libere in tutto quell’azzurro.

Stavano danzando la loro libertà di andare.

Peppe Millanta in “La rotta delle nuvole”

… e proprio nel sentire il vento dentro e contro ti rendi conto di esserci, di essere nel mondo.

“… il vento ti avvolge dappertutto, il vento lo senti contro il corpo che spinge, perché adesso sei tu che gli impedisci il passaggio; il vento lo mangi e lo respiri, e proprio nel sentire il vento dentro e contro ti rendi conto di esserci, di essere nel mondo.

(…) A volte piano e piacevole, come un sollievo, a volte forte e violento, da portarmi via. Ma in qualunque modo si presentasse era sempre lui, il vento, a venirmi a dire ci sei, sei nel mondo, e hai un corpo che nel mondo ci vive dentro.”

Mario Ferraguti in “La ballata del vento”

Nelle architetture sono nascosti occhi, nasi, orecchie, labbra, volti che aspettano la parola

“Ci sono edifici che, grazie alla sapienza di chi li ha progettati e all’attenzione visiva di chi li fotografa, svelano una forma antropomorfa. Nelle architetture sono nascosti occhi, nasi, orecchie, labbra, volti che aspettano la parola e la parola sembra poter nascere solo se vivono l’evento rivelatore della luce, nella condizione limite che è l’assenza dell’uomo.

Basta la presenza di un passante per ridare all’architettura il valore di sfondo, per dare al vuoto il senso drammatico di un’assenza, mentre l’assenza degli uomini toglie al vuoto questa dimensione d’angoscia e fa del vuoto quello che veramente è.

Un vuoto che riempie e diventa il soggetto stesso.”

Gabriele Basilico in “Abitare la metropoli”