Quando leggo un libro è mia abitudine sottolineare a matita i passi che mi hanno colpito in quel particolare momento; ciò succede spesso anche durante una eventuale ri-lettura. Ecco raccolti in questa sezione tutte le mie principali sottolineature.
“Mi sono fermato di recente sul Canal Grande, nell’autunno avanzato, di sera. Dei palazzi che vi si affacciano solo pochi erano illuminati, i più erano sprofondati nella penombra. (…) Al di sopra delle acque stava sospesa una bruma che smussava gli spigoli. Tra l’oscurità che cala e la nebbia che si infittisce, le forme diventano contorni.
La banalità scompare. Ero venuto al momento giusto.”
Breve sintesi fotografica dell’incontro “31° anno” degli ex commilitoni dei corsi 239 e 241 che hanno svolto tutto o parte del proprio anno di “naja” a Tonezza del Cimone nel 1993/1994.
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“La città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui s’arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso…”
In “Irene”, una delle 55 città invisibili di Italo Calvino
“…l’arte da imparare in questa vita non è quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti.”
Durante la correzione di un tema dedicato alla lettura e dopo aver letto che “leggere implica un atto di responsabilità (…) il professore appoggia la penna, alza lo sguardo come un allievo perso in qualche tantasticheria, e si domanda – oh! soltanto fra sé e sé – se alcuni fim, però, non gli hanno lasciato ricordi simili a quelli dei libri. Quante volte ha “riletto” La morte corre sul fiume, Amarcord, Manhattan, Camera con vista, Il pranzo di Babette, Fanny e Alexander? Quelle immagini gli sembravano ricche del mistero dei segni. Certo, questi non sono discorsi da specialisti – lui non sa nulla della sintassi cinematografica e non capisce il lessico dei cinefili – sono discorsi che gli vengono dagli occhi, ma gli occhi gli dicono chiaramente che ci sono immagini di cui non si esaurisce il senso e la cui visione rinnova ogni volta l’emozione, e anche immagini televisive, sì: il viso del vecchio padre Bachelard, molto tempo fa, a ‘Lecture pour tous…’ il ciuffo di Jankélévitch ad ‘Apostrophe…’ quel gol di Papin contro il Milan di Berlusconi…”
La pubblicazione che ne esce, [rispetto a quella abbozzata nel 1953] oggi ha … un senso nuovo: non più soltanto quello di additare simili interventi umani a un pubblico raffinato, addetto ai lavori; non più soltanto il secondo scopo, quello di consegnare agli attuali e futuri abitanti un ricordo di se stessi e dei propri avi. Ma, e soprattutto, oggi, un tentativo di dimostrare che questi organismi possono essere salvati ed usufruiti anche in senso strettamente economico, con beneficio materiale e spirituale per tutti.
Il nuovo scopo è dunque quello, attualissimo, scottante, di mettere sull’attenti chi avesse «troppo» interesse per questo «prodotto» (ora lo si vorrebbe definire tale), a non sconsacrarlo.
Trascorso il tempo del suo significato poetico, con l’avvento della macchina, e quindi di un certo modo pianificato di costruire (modo importato dunque) e del parallelo avvento del turismo, questi organismi spontanei di puro spirito paesano, ora assumono un lussurioso sapore speculativo.
E’ per questo che chi sa con cognizione di causa e per esperienze fatte, della possibilità, di «usufruire» di simili organismi senza gli «inevitabili danni» predicati da tecnici frettolosi, oggi pubblica quest’opera.”
Riccardo Schweizer in “Mezzano” pubblicato a vent’anni dalle sue prime bozze