17 anni: 19 luglio 1995 – 19 luglio 2012

Sembra ieri ed invece sono già passati 17 anni dal giorno della mia laurea.
Anche se oggi é la giornata dedicata, giustamente, al ricordo della tragedia di Stava (27° anniversario) e alla memoria di Paolo Borsellino e della sua scorta (20° anniversario dell’attentato), a me piace ricordare anche questo mio piccolo anniversario che costituisce un tassello, anche se piccolo, della mia "storia".

Felicità e tristezza.

Alcune “perle” di saggezza “rubate” da un breve componimento delle scuole elementari…

“Per me la felicità è un sentimento che si prova quando si è in pace con se stessi e con le altre persone e quando succedono le cose che si desiderano da tanto tempo; la felicità rende liberi perché anche se si vive con delle costrizioni o degli obblighi, se si è felici di spirito, si riesce a non farsi condizionare dal mondo esterno.
(…)
La tristezza invece è una sensazione che ti assale quando succede qualcosa di brutto o c’è qualcosa che ti preoccupa, quando qualcuno a cui tieni ti esclude.
La tristezza impedisce di vivere con serenità e tranquillità perché continui a ripensare alla cosa che ti rende triste.
(…)”

Differenze di genere e bicchiere mezzo vuoto (o mezzo pieno?)

L’altra sera ho ascoltato la dissertazione di una stimata professionista sulle differenze di genere nell’ambito lavorativo con particolare riferimento al settore delle libere professioni.

Oltre a giuste rivendicazioni inerenti una maggior considerazione delle difficoltà che una donna deve affrontare durante la gravidanza e in particolare negli ultimi due mesi, una parte del discorso è stato incentrato sul maggior reddito, a parità di impegno, che le rilevazioni statistiche certificano per i professionisti di sesso maschile rispetto alle professioniste donne.

Se non ricordo male la differenza di guadagno raggiunge mediamente il 30% perché i clienti delle donne professioniste sono meno facoltosi rispetto a quelli dei colleghi maschi o si rivolgono alle donne per cause meno impegnative e quindi meno lucrative; ciò sembrerebbe dovuto al fatto che il professionista “uomo” può organizzare il proprio orario di lavoro seguendo le esigenze dei propri clienti senza vincoli di tipo “familiare” per la cura dei figli.

A questo punto vediamo però il problema dall’altro altro punto di vista: molto probabilmente il professionista “uomo” non può esimersi da questo tipo di orario lavorativo con la relativa conseguenza di avere meno tempo a disposizione da dedicare alla propria famiglia e ai propri figli.

Alla fine cosa è il 30% in meno di reddito se compensato dalla fortuna di poter accudire, allevare, e veder crescere i propri figli?