Senza parole…

Sul caso Cosentino la cosiddetta “Casta” (almeno nella sua maggioranza) non ha perso l’occasione per garantire se stessa e la propria sopravvivenza nonostante tutte le dichiarazioni riferite al particolare momento di crisi del rapporto politica-cittadini: una trasmissione televisiva ha addirittura titolato la propria trasmissione di questa sera: “La rivincita della Casta”.

Per far sì che il titolo della trasmissioni non rappresenti la realtà dobbiamo ricordare i nominativi di chi ha contribuito a questa “rivincita” quando alle prossime elezioni avremo la possibilità di esprimere il nostro voto e, forse (se verrà modificata la legge elettorale chiamata “porcellum”), la nostra preferenza, mandando a casa chi pensa di riuscire sempre e comunque a “farla franca”.

Alla “provocazione” giornalistica di Gian Antonio Stella dobbiamo rispondere con i fatti

Alla “provocazione” giornalistica di Gian Antonio Stella dobbiamo rispondere con i fatti ricordando e mettendo in opera quanto ebbe a dichiarare, in un intervento che ho già ricordato giusto un anno fa, il nostro conterraneo Alcide Degasperi all’assemblea costituente nel 1948:

“.. le autonomie si salveranno, matureranno, resisteranno solo ad una condizione: che dimostrino di essere migliori della burocrazia statale, migliori del sistema accentrato statale, migliori soprattutto per quanto riguarda le spese.”

La Costituzione della Repubblica Italiana – Parte prima – art. 13

DIRITTI E DOVERI DEI CITTADINI

TITOLO I – RAPPORTI CIVILI

Art. 13.

La libertà personale è inviolabile.

Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge.

In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di Pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’Autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto.

È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà.

La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

La Costituzione della Repubblica Italiana – Principi fondamentali

Art. 1

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

Art. 6

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art.7

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.2

Art. 9

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10

L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.3

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

La responsabilità dei dirigenti

di Pierangelo Giovannetti da L’Adige del 21/06/2010

TRENTO – Spesso si sente dire che i problemi del Paese sono da attribuire in buona parte alla scarsa qualità e mancanza di responsabilità della nostra classe dirigente, intendendo per questa la classe politica. In realtà la classe dirigente di una città, di uno Stato, di una Comunità autonoma qual è il Trentino, non corrisponde alla sua classe politica. Né va intesa come l’élite dominante o la classe sociale che detiene le leve socio-economiche.

La classe dirigente di una società è l’insieme delle persone in possesso di caratteristiche di natura individuale e culturale che le rendono idonee da un punto di vista intellettivo, morale, di capacità, ad occupare posizioni di comando nei vari campi della vita socio-politico-culturale di un Paese. Classe dirigente sono cioè coloro che, per capacità intellettuali e tecniche, svolgono un ruolo di guida, di stimolo, di innovazione, di sviluppo, di indirizzo, di responsabilità collettiva.

La caratteristica di una classe dirigente degna di questo nome è quella di interpretare in chiave generale e di bene pubblico la produzione e destinazione di risorse, la composizione degli interessi (per loro natura diversi, e spesso confliggenti), l’assunzione di una funzione di leadership culturale capace di generare sviluppo collettivo e progresso sociale. Che la classe dirigente italiana sia in profonda crisi, addirittura inesistente o scomparsa come scrivono alcuni attenti osservatori tra cui Gian Enrico Rusconi, è purtroppo vero, e i risultati di questo sfascio sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti. Comunemente però si addita, anche all’interno della stessa classe dirigente, tale decadenza ai politici, non considerando invece che il ceto politico ne è soltanto specchio.

Il problema vero, infatti, è la sterilità della classe dirigente, la chiusura in se stessa e nei propri interessi, la mancanza di consapevolezza del proprio ruolo e della propria dignità, l’appiattimento sul ceto politico e i vantaggi che ne possono derivare. In una parola lo svuotamento del proprio ruolo di classe dirigente. In Trentino la situazione per certi versi è ancora più marcata. Esistendo infatti un Potere forte, anzi fortissimo, costituito dall’Autonoma Provincia di Trento, strutturato in Stato, con facoltà legislative, esecutive e finanziarie quasi assolute, questo ha assorbito in toto la classe dirigente trentina, ne schiaccia le funzioni avocandone a se il ruolo e i compiti, ne deresponsabilizza qualunque tipo di assunzione di rischio e di innovazione di sviluppo, diventando un comodo alibi per dire di fronte ad ogni necessità, pubblica o privata: «Ci pensi la Provincia».

Avviene così in ogni campo: gli imprenditori si affidano alla Provincia per affrontare e risolvere la crisi, la Cooperazione rimanda alla Provincia per pagare i conti di proprie cattive gestioni del latte e del vino, le categorie non battono ciglio se prima non ci pensa piazza Dante, i Comuni e i territori non si sforzano di ideare in loco il proprio sviluppo e di trovare le risorse (anche private) per realizzare le proprie idee ma puntano soltanto ad avere una sponda in Provincia. E così via in ogni campo: nella cultura, nella scuola, nell’università, nella sanità. Mai che si veda un privato in Trentino mettere soldi e idee per la ricerca, ma i tanti istituti e fondazioni di ricerca che abbiamo funzionano soltanto con risorse pubbliche. Stessa cosa nella cultura e nell’arte: mai che vi sia una mostra al Mart, o negli altri musei, finanziata da privati, come avviene ovunque negli Stati Uniti e in molti dei paesi occidentali. Per non parlare della scuola, ridotta ormai ad una cinghia di trasmissione di qualche funzionario provinciale, quando un tempo il preside era classe dirigente, e non un ingranaggio della filiera di comando assessorile. Non solo non vengono soldi, ma spesso nemmeno idee, progetti, direzioni di sviluppo. Quella che dovrebbe essere la classe dirigente del Trentino è in realtà afona, Provincia-dipendente, tutti a pendere dalle labbra di ciò che decide il Principe. E se questo non decide sono guai per tutti. Di qui si capisce la fibrillazione e il dibattito a tre anni di distanza di chi sarà a prendere il posto di Lorenzo Dellai. Questione che non dovrebbe essere un problema, disponendo di una classe dirigente capace e preparata, magari giovane e impostasi per criteri meritocratici, da cui anche il ceto politico può trarre risorse, essendo morti i partiti. Questa debolezza della classe dirigente in Trentino ha pure radici storiche. Noi non abbiamo avuto le città comunali del Medioevo, dove si è imposto un potere nuovo, «democratico» secondo la definizione che ne ha dato Max Weber, che è diventato determinante per lo sviluppo dei liberi comuni, in cui le libere professioni, le categorie, gli imprenditori, i banchieri, hanno dato vita ad una diversa classe dirigente che è diventata trainante per lo sviluppo delle città, che ancora oggi mantengono le vestigia della grandezza di allora.

In Trentino abbiamo avuto l’esperienza secolare e importantissima delle magnifiche comunità di valle, che ha fatto sviluppare nei trentini un senso comunitario molto forte ma non la responsabilità individuale, meritocratica, competitiva, di ciascuno di «innovare» con un vantaggio collettivo per tutti. E abbiamo avuto il Principato vescovile, altrettanto importante e decisivo, che ha affidato alla grandezza dei Clesio e dei Madruzzo il lustro europeo di questa terra. Ma ha un po’ deresponsabilizzato i trentini, che non si domandano più cosa possono fare per la loro provincia, ma si chiedono quotidianamente cosa la Provincia può fare per loro. E ottocento anni di Principato vescovile hanno creato le premesse per l’attuale Principato, affidato tutto alle doti di chi diventa Principe, e non alla ricchezza morale, intellettuale, imprenditoriale di un’intera società e della sua classe dirigente complessiva.

Il riscatto del Trentino dal suo assopimento (anche da pancia piena), lo scatto di fronte alla crisi e alla competizione internazionale dei territori, la capacità di superamento del piccolo cabottaggio o della chiusura nei propri interessi personali, corporativi, finanziari, sta nell’assunzione di responsabilità da parte della classe dirigente trentina. Il farsi carico di un ruolo di guida, di sviluppo, di crescita della propria città e dell’intero Land in maniera innovativa, corresponsabile, sulla base di una forte etica pubblica che premi il merito rispetto alla cooptazione, la capacità di rendere conto delle proprie azioni (accountability, direbbero gli anglosassoni), facendosi carico fino in fondo della posizione che si ricopre all’interno della società, rischiando in prima persona, favorendo il ricambio interno, riducendo il peso dei critieri di anzianità e di favoritismo nelle scelte a vantaggio delle capacità individuali. Se tutti, a cominciare dalla classe dirigente del Paese e del nostro Trentino, non ci assumiamo fino in fondo le nostre responsabilità, il declino in atto già pesante non avrà fine, e sarà inarrestabile. Questa è la questione centrale, non chi siederà a piazza Dante fra tre anni.

p.giovanetti@ladige.it