“Dovremmo guardare alle città come ci ha insegnato a fare Claude Thiberge, architetto e urbanista francese, osservandole al negativo, come si fa con una lastra fotografica: non piú la città dei pieni, degli edifici, delle masse costruite, ma quella dei vuoti che li disegnano. Thiberge li chiama “espaces en creux”: quegli spazi aperti di risulta che permettono alla città di prendere il fiato, le piazze, i viali, i giardini ma anche i cortili, i margini dimenticati tra una casa e l’altra.
In questi spazi la città respira. Non sono scarti o residui, ma spazi potenzialmente generativi, perché danno senso a ciò che li circonda, disegnano la forma dei quartieri, sono un appiglio al nostro orientamento, offrono luce e aria, rendono possibile quell’incontro che non sempre uno stretto marciapiede consente.
I vuoti fanno le città, come le pause fanno la musica.”
Elena Granata in “La città di tutti”
