"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

Partire dalla cura per una società meno violenta e piú giusta

”Ricapitoliamo per maggior chiarezza.
Primo. Chi si dedica alla cura – dei bambini, degli anziani o di altri esseri viventi – sviluppa spontaneamente una sensibilità particolare verso lo spazio aperto e lo spazio comune. La cura, insomma, educa lo sguardo a cogliere bisogni, relazioni e qualità dei luoghi pubblici.

Secondo. Storicamente, questo lavoro di cura è stato svolto soprattutto dalle donne. E per questa ragione che esse hanno maturato nel tempo una predisposizione specifica verso gli «spazi di soglia», gli spazi intermedi, i luoghi del gioco, della salute e della prossimità. Non si tratta di una caratteristica naturale o biologica, ma del risultato della divisione dei ruoli sociali.

Terzo. Questa stessa attitudine emerge anche negli uomini quando si assumono responsabilità di cura in misura analoga.

La cura, dunque, è una competenza trasformativa che appartiene a tutti e che può contribuire a ridisegnare il nostro rapporto con la città, con gli altri e con la natura.
Quando anche gli uomini affiancheranno stabilmente le donne in questo compito – come accadeva nelle società matriarcali – svilupperanno le stesse competenze e, addirittura, quello che definisco un analogo «paesaggio ormonale», predisposto a questa sensibilità.

Se gli uomini che si prendono cura dei bambini diventano piú prudenti, empatici e sostenibili, allora – suggerisce Hrdy – anche il potere politico, esposto a questa esperienza, potrebbe cambiare natura: meno ossessionato dal dominio, piú attento alla sopravvivenza, ai bambini, al pianeta.
È in questa conversione alla cura che si apre la possibilità di una società meno violenta e piú giusta.

I bambini, i nostri, quelli degli altri, quelli che arrivano sui barconi, quelli dei nostri vicini di casa, sono la nostra ultima occasione per restare umani e accudenti.

L’ultima per gli uomini e per le donne.”

Elena Granata in “La città è di tutti”

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