"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

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Me.and~scape

…Nell’ecologia fluviale il meandro è una ricchezza inestimabile: allunga la superficie di contatto fra acqua e terra, amplia quel mondo umido e anfibio che è patria e ricettacolo della più sconvolgente biodiversità.
Un fiume che corre dritto in mare dà molto meno, al mondo.

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Breve descrizione del corso del fiume Adige nel suo tratto montano
e veronese all’estremità meridionale della valle dell’Adige.

L’ultimo tratto “montano” del fiume Adige, che riprendendo la suddivisione proposta da Aldo Gorfer nel suo libro “L’Adige. Una storia d’acqua.” potremmo chiamare “italiano”, si colloca nella parte meridionale della valle dell’Adige, a cavallo tra il territorio trentino e quello veronese. 

In questo tratto il paesaggio fluviale si fa dominante; il corso dell’Adige, sul territorio veronese dal confine con la provincia di Trento alla “Chiusa di Ceraino”, ha mantenuto –  contrariamente al tratto immediatamente a nord (che nel corso del XIX secolo fu rettificato in molti tratti per garantire la bonifica integrale dei fondovalli trentino e atesino con la scomparsa delle zone umide tra le sue anse e l’incanalazione del suo alveo tra robusti argini in mezzo alla vallata) e nonostante importanti interventi idraulici del genio civile italiano – il suo andamento meandriforme che può essere ben ammirato dal castello di Sabbionara d’Avio o dal santuario della Madonna della Corona nella caverna dei contrafforti baldensi. 

La zona fu ripetutamente fortificata e ancora oggi è ricca di strutture militari, la maggior parte costruita in epoca austriaca, per rendere inespugnabile il passaggio delle truppe francesi. La presenza di questi “Forti” ha reso famosa questa zona e recentemente ha dato il nome al marchio “Terra dei Forti”. Tra questi ricordiamo il Forte di Rivoli, il Forte di Monte, la Chiusa e il Forte di Ceraino e il Forte San Marco. Di epoca più antica, probabilmente longobarda, è presente inoltre, sulle pendici del Monte Vignola, il celebre Castello di Avio. 

“I villaggi veronesi ripetono lo schema urbanistico delle sedi umane di gradino fluviale. Peri, Ceraino, Dolcé in sponda sinistra. Belluno, Brentino, i resti della villa romana il cui podere scendeva al fiume, in destra. Il gonfio canale d’acqua, rubata all’Adige, che scende a Verona, parallelo al fiume. (…) La pienezza prealpina veneta si ritrova nella catena del Baldo, l’hortus Italie per la preziosità della flora, e dei Monti Lessini, museo geologico e dei pascoli collettivi. Entrambi appartengono all’Adige e l’Adige appartiene ad entrambi. Non è più possibile distaccare l’immagine naturale dell’Adige dagli scenari delle rocce calcaree, dalle cave di marmo, dai villaggi, dalle campagne, dalle fortificazioni austriache ottocentesche, dall’autostrada, dalla ferrovia. La Chiusa, detta di Verona, è il punto di sutura naturale tra le Alpi Tridentine e la Padania. E un angusto corridoio rupestre aperto da complesse vicende geomorfologiche tra le ultime balze di questo settore delle prealpi Venete prima che esse si spengano nella placidità della grande pianura. È sì angusto che il fiume vi fa da padrone. Sulla sinistra scorrono la strada e la ferrovia del Brennero. La prima in breve spazio in parte tolto al fiume e alla rupe, la seconda in tunnel.” [Aldo Gorfer nel citato “L’Adige. Una storia d’acqua.”]

Il progetto di investigazione fotografica Me.and~scape 

Ogni avventura ha sempre un suo inizio e un suo perché.

Se l’ispirazione per l’avvio del mio lavoro dedicato alla storica strada di attraversamento della borgata di Mori (la cosiddetta via Imperiale) è giunta nella primavera del 2020, in pieno lock down, dopo aver seguito una presentazione del lavoro fotografico dedicato alla città di Padova da parte del fotografo (e architetto) Marco Introini e aver contemporaneamente ripensato alla metodologia di lavoro che un altro grande fotografo (e architetto) Gabriele Basilico aveva più volte raccontato nelle sue interviste, la fonte ispiratrice del mio nuovo lavoro che ho denominato, significativamente, ME.AND~SCAPE è stata la lettura (e le successive riletture) di un libro molto particolare.

Mi riferisco al libro dal titolo “Verso la foce” formato da quattro racconti che l’autore Gianni Celati, conosciuto da tanti ma sconosciuto a molti, definisce “racconti d’osservazione”.

Al libro, come mi era già successo con gli scritti di Alessandro Cucagna (che saranno stati poi alla base del mio lavoro fotografico culminato con la stampa del libro “Gardumo 77.78 17.18”), che mi aveva fin da subito colpito e che inizialmente aveva stimolato in me l’idea di tornare su quei luoghi per capire, dopo 40 anni, cosa era successo all’ambiente fisico e umano raccontato dall’autore a cavallo tra il 1983 e il 1986, ho dedicato più letture e ho lasciato che i pensieri e le osservazioni contenute potessero decantare lentamente in me stesso.

L’idea di tornare su quei luoghi è sicuramente rimasta forte in me, ma al contempo ho rielaborato quanto letto e sono andato alla ricerca della “mia foce” e di territori ancora relativamente vergini da osservare, prima, e raccontare, poi, per mezzo della mia macchina fotografica.

La scelta del territorio, visto anche la mia passione “idraulica” di gioventù e la conoscenza tecnica della materia, è stata di conseguenza naturale: avrei seguito il fiume Adige là dove la mano dell’uomo era stata meno invasiva e dove non era intervenuta troppo pesantemente con i molti lavori di rettifica che l’amministrazione austriaca aveva realizzato in concomitanza dei lavori di realizzazione della ferrovia del Brennero poco prima della famosa alluvione del 1882.

Ho così individuato la zona della Terradeiforti, poco a sud del confine tra la provincia di Trento e la provincia di Verona, nella quale il fiume Adige mantiene ancora oggi il suo andamento meandriforme del secolo XIX. Il territorio individuato fa parte del Comune di Brentino Belluno, situato sulla sponda destra dell’Adige, del Comune di Dolcè, situato sulla sponda sinistra del fiume, i cui confini corrispondono con l’asse – in quel tratto tutt’altro che rettilineo – del fiume Adige e una parte del Comune di Caprino Veronese situato in sponda destra del fiume.

Come immaginavo fin dalle prime mie prime uscite ho potuto raccontare un territorio agricolo dove la mano dell’uomo ha prodotto, e continua tutt’oggi a produrre, un paesaggio curato e armonioso che rimane a contatto con il fiume, la sua acqua e i materiali da esso trasportati durante le piene.