"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

Mente e paesaggio

“Se non ci limitiamo a considerare il paesaggio una mera invenzione della modernità occidentale e andiamo oltre l’etimologia, a cinquantamila anni fa, scopriamo che Homo sapiens si è evoluto nel paesaggio e che la nostra mente è ancora strettamente correlata a questa evoluzione. Attraverso la capacità di movimento, punto di incontro tra paesaggio reale e paesaggio immaginato, l’animale umano ha costruito paesaggi e si è evoluto grazie all’immaginazione e alla comprensione del proprio ecosistema.”

Elisa Veronesi in “Atlante appenninico: un’ecobiografia”

Atlante appenninico: un’ecobiografia

L’idea non è mai qualcosa di fulminante

“L’idea non è mai qualcosa di fulminante, che viene fuori con prepotenza, tutta intera, rigida. Non credo.

È un processo di costante approssimazione, un continuo tentativo di avvicinarsi al cuore di ciò che si intuisce ma non è ancora chiaramente definito. Insomma, credo che una grande idea la si riconosce quando è stata sviluppata molto bene, assecondata, lasciata libera di trovare la sua strada da sé, seguita anche lungo itinerari sbagliati e quindi ricondotta alle intenzioni iniziali. E forse quando un film viene male è perché ci si è fermati troppo presto.”

Francesca Archibugi intervistata da Eugenio Manca in “I ferri del mestiere”

“Serpentoni”

“Questi “serpentoni” che testimoniano gli antichi corsi dell’Adige e dei suoi rami sono numerosissimi. Ogni corso principale antico ha molti rami secondari che si riferiscono ai vari sfondamenti degli argini durante le piene.”

Giangi Poli in “L’ADIGE. Storia e vita di un fiume”

Ma come fanno le storie a lasciarci

“Ma come fanno le storie a lasciarci?

Se non vengono raccontate, scritte o disegnate [o, lo aggiungo io, fotografate], si svuotano della loro sostanza, perdono le loro parole come una donna incinta perde le acque. Spariscono senza lasciare traccia.”

Tahar Ben Jelloun

Volare è il contrario del viaggio

Ti allacci la cintura. L’aereo sta atterrando.

Volare è il contrario del viaggio: attraversi una discontinuità dello spazio, sparisci nel vuoto, accetti di non essere in nessun luogo per una durata che è anch’essa una specie di vuoto nel tempo; poi riappari, in un luogo e in un momento senza rapporto col dove e col quando in cui eri sparito.

Intanto cosa fai? Come occupi quest’assenza tua dal mondo e del mondo da te?

Leggi; non stacchi l’occhio dal libro da un aeroporto all’altro, perché al di là della pagina c’è il vuoto, l’anonimato degli scali aerei, dell’utero metallico che ti contiene e ti nutre, della folla passeggera sempre diversa e sempre uguale.

Italo Calvino in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”