"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

Nuvole, forma e poesia

“Le nuvole non hanno una forma, eppure contengono tutte le forme del mondo. Per definirle dobbiamo paragonarle ogni volta ad altro. Dobbiamo sforzarci di trovare somiglianze, assonanze, similitudini, se vogliamo anche solo indicarle.

Per questo sono l’elemento naturale che più si avvicina alla metafora e al discorso metaforico.

Sono, potremmo dire, l’atto poetico della natura.”

Paolo Millanta in “La rotta delle nuvole”

Nuvole e libertà

“Le nuvole sembravano … andare a tempo su chissà quale musica. A volte sembrava un valzer. A volte qualcosa di più ritmato. Forse c’era una musica nel vento che solo loro riuscivano a sentire.

Chissà.

Fatto sta che volteggiavano completamente libere in tutto quell’azzurro.

Stavano danzando la loro libertà di andare.

Peppe Millanta in “La rotta delle nuvole”

… e proprio nel sentire il vento dentro e contro ti rendi conto di esserci, di essere nel mondo.

“… il vento ti avvolge dappertutto, il vento lo senti contro il corpo che spinge, perché adesso sei tu che gli impedisci il passaggio; il vento lo mangi e lo respiri, e proprio nel sentire il vento dentro e contro ti rendi conto di esserci, di essere nel mondo.

(…) A volte piano e piacevole, come un sollievo, a volte forte e violento, da portarmi via. Ma in qualunque modo si presentasse era sempre lui, il vento, a venirmi a dire ci sei, sei nel mondo, e hai un corpo che nel mondo ci vive dentro.”

Mario Ferraguti in “La ballata del vento”

Nelle architetture sono nascosti occhi, nasi, orecchie, labbra, volti che aspettano la parola

“Ci sono edifici che, grazie alla sapienza di chi li ha progettati e all’attenzione visiva di chi li fotografa, svelano una forma antropomorfa. Nelle architetture sono nascosti occhi, nasi, orecchie, labbra, volti che aspettano la parola e la parola sembra poter nascere solo se vivono l’evento rivelatore della luce, nella condizione limite che è l’assenza dell’uomo.

Basta la presenza di un passante per ridare all’architettura il valore di sfondo, per dare al vuoto il senso drammatico di un’assenza, mentre l’assenza degli uomini toglie al vuoto questa dimensione d’angoscia e fa del vuoto quello che veramente è.

Un vuoto che riempie e diventa il soggetto stesso.”

Gabriele Basilico in “Abitare la metropoli”

Caro Wim Wenders

“Penso ci siano molte analogie fra di noi nel modo di pensare e costruire la fotografia. Tu scrivi che fare ritratti o fotografare persone da un gesto innocente può fatalmente trasformarsi in un gesto violento. All’inizio mi piaceva il reportage e ammiravo in particolare il lavoro di William Klein, autore di libri dedicati a New York, Tokyo, Mosca, Roma. Salvo poi accorgermi che il suo avvicinarsi alle persone fino a quasi toccarle fisicamente per me diventava un approccio troppo aggressivo. Fotografare lo spazio, la città, l’architettura, ci mette al riparo da questi rischi, ma suggerisce altri interrogativi che, quasi immutati, mi hanno accompagnato per tutta la mia vita professionale e che vorrei quasi rivolgere a te: nelle tue immagini l’assenza di persone è una vera assenza? È sintomo di qualcosa non risolto? La mia risposta – analoga a quanto tu hai scritto – è quasi sempre che nel tempo mi sono abituato a vedere gli edifici come esseri umani: credo che la città abbia un’anima e un corpo che vive e respira e con la giusta attenzione possiamo stabilire con lei una relazione e cercare di coglierne il senso.”

Gabriele Basilico

Una visione ‘normale’

“Il fotografo deve stare sempre attento a non contraddire ciò che l’occhio vede, non deve essere troppo condizionato da sentimenti, da ideologie, né da ricordi o da altro, non deve prevaricare né forzare, ma essere contemplativo, utilizzando uno sguardo lento, capace di mettere a fuoco e cogliere tutti i particolari, e di rendere protagonista lo spazio.

L’occhio può integrarsi diventando tutt’uno con il medium fotografico, cercando una descrizione normale, che non ha bisogno delle dilatazioni del grandangolo o delle compressioni del teleobiettivo, né dei colori alterati dai filtri.

Quello che mi interessa dagli anni novanta è la fenomenologia della trasformazione dei processi urbani, e per fare questo ho dunque ampliato davvero molto il rapporto con lo spazio, mi sono liberato in modo definitivo delle tecniche che portano a costruire una fotografia ricercata.

Ho quindi preferito usare un metodo narrativo e sequenziale delle immagini nella costruzione dei miei progetti di fotografia.

Gabriele Basilico. Manoscritto riportato in “Scritti e conversazioni” a cura di Roberta Valtorta