"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

L’albero della mamma

“L’albero della mamma
sembra un guardiano;
il guardiano delle
dolci colline senesi.”
Jacopo Benedetti

Solo il bene ha profondità e può essere radicale.

Ecco la riflessione di HANNAH ARENDT contenuta nel libro “EICHMANN A GERUSALEMME. LA BANALITA’ DEL MALE” letta ieri sera nella conferenza-spettacolo “Se questo è un uomo”  al teatro sociale di Mori:

La mia opinione è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo e che non possegga né la profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare tutto il mondo perché cresce in superficie come un fungo. Ed è una sfida al pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, andare a radici e, nel momento in cui cerca il male è frustrato perché non trova nulla. Questa è la ‘banalità’ del male: solo il bene ha profondità e può essere radicale.

Sono convinta che la vita sia bellissima.

Ecco il brano,tratto dal libro di Emanuela Zuccalà “Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre fra le ultime testimoni della Shoah“, che ha chiuso la conferenza-spettacolo “Se questo è un uomo” di ieri al teatro sociale di Mori.

Oggi mi viene spontaneo ammonire i miei nipoti:

“Non dite mai non ce la faccio più quando siete stanchi di studiare o di qualsiasi altra cosa, perché non è vero”. Il corpo umano e la mente sono talmente forti e straordinari da riuscire a compiere autentici miracoli; la vita è un be. ne così meraviglioso e irripetibile da spingerci a fare qualsiasi cosa pur di conservarlo.

Quando io testimonio cosa è stata la volontà di rimanere vivi in un contesto come quello dei lager nazisti e della marcia della morte, non posso fare a meno di dirlo anche ai ragazzi che mi ascoltano: “Non usate mai la frase non ce la faccio più. Siete tutti miei nipoti: io non voglio parlarvi solo da testimone della Shoah, non voglio farvi vedere solo gli orrori che io ho visto e vissuto. Voglio raccontarvi la vita perché sono convinta che la vita sia bellissima”

… la fantasia, ovvero la libertà.

Ritengo giusto pubblicare e portare all’attenzione anche di chi ieri non c’era un breve passo tratto da “UNO PSICOLOGO NEI LAGER. DIRE DI SI ALLA VITA NONOSTANTE TUTTO” di VIKTOR EMIL FRANKL letto nella conferenza-spettacolo di ieri sera al teatro sociale di Mori:

“Coricarsi su un fianco nudi, per farsi caldo l’un l’altro. Lasciarsi andare alle cose quasi a vivere una vita altrui. Inventarsi immaginarie conferenze, fingersi relatore mentre si scava la fossa per un cadavere nel fango e sotto la pioggia. Guardare senza vedere e concedersi l’unico spazio che le SS non potevano penetrare: la fantasia, ovvero la libertà.”

Grazie detenuti di San Vittore

Ieri sera, nella conferenza-spettacolo “Se questo è un uomo” tenutasi al teatro sociale di Mori, è stato letto questo passo tratto dal libro di Emanuela Zuccalà Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre fra le ultime testimoni della Shoah.

Il brano mi aveva già emozionato durante la lettura del libro, ma ieri sera, complice la splendida interpretazione degli attori della compagnia teatrale Gustavo Modena di Mori, ha ulteriormente commosso me e, credo, gran parte dei presenti (che hanno reso omaggio sia al brano che alla sua interpretazione con un lungo applauso); la lettura ha rappresentato un momento di svolta dell’intero spettacolo perché da quel momento il coinvolgimento del pubblico è stato totale e ancor più convinto.

Ecco il brano:

“Uscimmo da San Vittore: un lungo corteo di uomini donne, bambini, perfino vecchi malati in barella.
Tutti dovevamo partire per la colpa di essere nati; tutti dovevamo essere puniti e lasciare il carcere che, seppure luogo dolente, stava ancora nella nostra città, non lontano dalle nostre case.
E attraversammo un reparto di detenuti comuni che furono straordinari: non posso non dirlo.
Lo devo ai detenuti di San Vittore.
Erano uomini, uomini che provavano pietà per altri uomini.
In tempi difficili come quelli, il sentimento della pietà verso un proprio simile, colpevole solo di essere nato, un dono:

un dono per chi prova pietà, perché è fortunato è ricco;
e un dono ancora più importante per chi riceve questa testimonianza di amore fraterno.
E così furono i detenuti di San Vittore: sporchi, affacciati fuori dalle loro celle su quella balconata, che con benedizioni, con addii, con arrivederci, ci buttavano giù una piccola cosa qualunque, un’arancia, un paio di guanti una sciarpa di lana, un pezzetto di cioccolato.
Era un oro liquido che scendeva su di noi: era la pietà.

Ci gridavano: “Vi vogliamo bene, fatevi coraggio. Non avete fatto niente di male“.
Furono straordinari i detenuti di San Vittore: non li ho mai dimenticati.

Non c’è volta in cui non abbia parlato agli studenti di quegli uomini che potevano essere ladri e assassini, ma prima di tutto erano uomini. In seguito, ci volle così tanto tempo prima che incontrassimo altri uomini, perché conoscemmo soltanto mostri.
I detenuti di San Vittore furono capaci di pietà, ricchi nella loro povertà assoluta di detenuti in tempo di guerra.
Fu un viatico umano indimenticabile.

Grazie, detenuti di San Vittore.
Grazie, dopo sessant’anni
“.

Le autonomie si salveranno se…

.. le autonomie si salveranno, matureranno, resisteranno solo ad una condizione:
che dimostrino di essere migliori della burocrazia statale, migliori del sistema accentrato statale, migliori soprattutto per quanto riguarda le spese.

Dall’intervento di Alcide Degasperi all’assemblea costituente nel 1948