"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

e lui non seppe mai d’avermi avuto tanto vicino

“Io però adesso non riuscivo a dormire e mi rigi­ravo nella branda.

A quell’ora mio padre s’era già alzato, s’era affibbiato ansando i gambali, e infila­to la cacciatora gonfia d’arnesi. Mi pareva di sen­tirlo muovere per la casa ancora addormentata e buia, svegliare il cane, chetare i suoi latrati, e par­largli e rispondergli. Scaldava la colazione al gas, per il cane e per sé; mangiavano insieme, nella fredda cucina; poi si caricava una cesta a tracolla, un’altra in mano, e usciva, a lunghi passi, la bianca barba caprina avvolta nella sciarpa. Per le mulat­tiere della campagna il suo passo pesante, accom­pagnato dal sonaglio del cane, e il suo continuo tossire e scatarrare erano come il segno dell’ora, e chi abitava lungo la sua strada sentendolo mezzo nel sonno capiva che era tempo di levarsi. Giunto col primo sole al suo podere, dava la sveglia ai contadini, e prima che fossero sul lavoro aveva già gi­rato fascia per fascia e visto il lavoro fatto e da fa­re e cominciato a gridare e imprecare riempiendo della sua voce la vallata.

Più s’inoltrava nella sua vecchiaia, più la sua polemica col mondo si concre­tava in quell’alzarsi presto, in quell’essere il primo in piedi in tutta la campagna, in quella perpetua accusa verso tutti: figli, amici, nemici, d’essere un branco d’inutili infingardi.

E forse i soli momenti suoi felici erano questi dell’alba, quando passava col suo cane per le note strade, liberandosi i bron­chi del catarro che l’opprimeva la notte, e guardan­do pian piano dal grigio indistinto nascere i colori nei filari delle vigne, tra i rami degli olivi, e ricono­scendo il fischio degli uccelli mattinieri uno per uno.

Così seguendo col pensiero i passi di mio padre per la campagna, m’addormentai; e lui non seppe mai d’avermi avuto tanto vicino.

Italo Cavino, da “L’entrata in guerra”

Le intenzioni non contano, conta quello che uno realizza

“Adesso che ho sessant’anni ho ormai capito che il compito dello scrittore sta solo nel fare quello che sa fare: per il narratore sta nel raccontare, nel rappresentare, nell’inventare.

Da molti anni ho smesso di stabilire precetti sul come si dovrebbe scrivere: a che serve predicare un certo tipo di letteratura o un certo altro, se poi le cose che ti vengono da scrivere sono magari tutte diverse?

Ho impiegato un po’ di tempo a capire che le intenzioni non contano, conta quello che uno realizza.

Così questo lavoro letterario diventa anche un lavoro di ricerca di me stesso, di comprensione di ciò che sono.”

Italo Calvino

La guerra aveva quel colore e quell’odore

“Bastava chiudessi gli occhi e rivedevo le file di profughi con le mani rugose attorno ai piatti della minestra.

La guerra aveva quel colore e quell’odore; era un continente grigio, formicolante, in cui ormai c’eravamo addentrati, una specie di Cina desolata, infinita come un mare.”

Italo Calvino in “L’entrata in guerra”

La luna di pomeriggio

“La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ed è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse.

È un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza?

È così fragile e pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste.“

Italo Calvino in “Palomar”

Il sapere antico

“Il nuovo sapere che il genere umano va guadagnando non ripaga del sapere che si propaga solo per diretta trasmissione orale e una volta perduto non si può più riacquistare e ritrasmettere: nessun libro può insegnare quello che solo si può apprendere nella fanciullezza se si presta orecchio e occhio attenti al canto e al volo degli uccelli e se si trova lì qualcuno che puntualmente sappia dare loro un nome.”

Italo Calvino in “Palomar”

Non avere fretta

«A COLORO I QUALI DOMANDAVANO QUANDO SAREBBERO TERMINATI I LAVORI DELLA SAGRADA FAMÍLIA, RISPONDEVO: IL MIO CLIENTE NON HA ALCUNA FRETTA. DIO HA TUTTO IL TEMPO DEL MONDO.»

Antoni Gaudí