"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

Paesaggio come “corpo”

Proprio perché per Basilico il paesaggio è corpo, il suo lavoro non si è mai fermato: l’iterazione, il ritorno sui luoghi, il modo laborioso di guardare e riguardare i contesti urbani e metropolitani contemporanei nel loro crescere, articolarsi, sorprendente rivelarsi per il tramite della lettura fotografica, sono il metodo di questo artista che ha sempre coniugato una sicura progettualità con una nascosta emotività. Le sue sono state azioni pianificate e insieme sentimentali che hanno portato alla costruzione di grandi serie di immagini non rispondenti a criteri di una rigida serialità, ma invece strutturate secondo un continuo avvicendarsi di tipologie ricorrenti: appunto quell’andamento che abbiamo definito sinusoidale già presente in nuce in “Milano ritratti di fabbriche”. Dopo quella prima significativa esperienza egli ha osservato il paesaggio secondo grandezze diverse dello sguardo, ora staccandone ed evidenziandone gli elementi emergenti, ora affrontandone il complesso tessuto, ora adottando slittamenti di grandezze all’interno di uno stesso lavoro e anche livelli dello sguardo e punti di vista diversi, fino alla veduta dall’alto, adottata a metà degli anni Ottanta durante i lavori per la Mission Photographique de la DATAR, il grande progetto di committenza dello Stato francese dedicato al paesaggio contemporaneo, poi a Beirut e in seguito in molti lavori fino ai primi anni Dieci del Duemila, forse a significare il tentativo estremo di prendere in considerazione tutto l’insieme della città, tutto il paesaggio possibile, e infine anche rotazioni della macchina che danno come esito dinamiche vedute diagonali quasi di tono strutturalista, come nell’ampio lavoro su Mosca.

Roberta Valtorta nella sua introduzione all’edizione 2022 di Milano Ritratti di fabbrica

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