Rivoluzione gentile che chiude un epoca

da Trentino del 01 giugno 2010

di Alberto Faustini

C’era una volta il Trentino. Quello della Dc. Quello un po’ gattopardesco nel quale sembrava succedere di tutto, ma si muovevano ben poche foglie senza che lo volessero le due mamme: la Democrazia cristiana, appunto, e la Provincia, che della grande balena bianca è stata a lungo un’autorevole e munifica dependance.  Ieri, da qualunque parte la si voglia guardare, c’è stata la rivoluzione. Certo, figlia di molti cambiamenti nati in questi anni. Ma definitiva. Al punto che è stata capace di accelerare alcuni di questi processi, annientandoli persino. Dall’urna esce infatti un Trentino profondamente modificato. Restano alcune radici culturali, ma sono interpretate in modo diverso.  Il nuovo Trentino ha l’aspetto di Andrea Miorandi, ma anche quello degli elettori che scommettendo sul futuro hanno permesso il pensionamento (dorato) di Guglielmo Valduga, che in quest’ultimo giro di giostra, nel bene e nel male, ha impersonato, ancor più di Morandini o Anesi, la metafora del passato. Anche se ha tentato di essere, nella sua ultima stagione, il più civico dei civici.  Quella che esce dalle urne (sempre meno frequentate, e questo dato preoccupante deve far meditare) è una rivoluzione gentile. E la rivoluzione gentile ha anche l’aspetto di un Pd che alla prova di forza con l’Upt ha dimostrato di avere muscoli ben più tonici.  Questi ultimi ballottaggi hanno poi la fisionomia di un centrosinistra che da oggi dovrà guardarsi dentro e fuori. Perché gli strappi all’interno dell’alleanza che guida la Provincia autonoma hanno avuto alcuni esiti grotteschi, con un’Upt che ha sostenuto la novità Miorandi a Rovereto e, contestualmente, i “vecchi” e perdenti Turella, Anesi e Morandini a Mori, Baselga di Piné ed Arco.  Il centrosinistra trentino come l’abbiamo inteso fino a due anni fa, in queste elezioni ha dunque dimostrato d’aver esaurito la sua spinta. Delle due l’una: o ieri i fasti del governatore sono definitivamente finiti ed è ufficialmente iniziato il dopo Dellai, con un baricentro spostatosi prepotentemente a sinistra (e allora l’anomalia Trentino è svaporata); o è giunta l’ora di voltare pagina, superando le alchimie politiche e costruendo un partito di raccolta (vedi l’Asar di ieri o l’Svp di oggi) che sappia dare diritto d’asilo all’anima di un Trentino permeato di solidarietà e di cattolicesimo. Non la Margherita, all’inizio felice intuizione per salvare e riverniciare quel che restava della Dc, ma rapidamente divorata e snaturata a Roma. Non l’Upt, macchina da guerra solo quando mette in campo la forza delle istituzioni e del governo, locale e decentrato; a malapena stampella, per quanto tatticamente preziosa, in un turno elettorale come quello di ieri. Non il Pd, che pur vincendo ha dimostrato d’essere lontano dall’autosufficienza.  E qui s’innesta il ragionamento nazionale: le elezioni comunali dicono infatti che siamo sempre meno “diversi” dall’Italia. Importiamo alla grande tutti i distinguo e le divisioni che ci sono tanto nel Pd quanto nel Pdl (drammaticamente assente a queste elezioni) e non siamo più in grado di esprimere qualcosa di realmente innovativo, degno d’essere esportato e copiato.  Sulla vittoria di Miorandi, a sua volta metafora di una nuova epoca (con Caliari, Mattei, Ugo Grisenti…), si può invece costruire proprio questo: un progetto politico che non si presenti alla società solo in occasione delle varie elezioni, ma che sia prodotto dalla società stessa. I vincitori delle sfide più importanti – che, ricordiamolo, sono usciti spesso dal cilindro per caso, grazie ad una serie di ridicoli veti incrociati – non sono uomini d’apparato. Dal punto di vista della generazione politica, sono post-ideologici. Persone che si sono costruite un futuro senza aspettare la pappa pronta che la politica – ed è un bene, anche se molti continuano a preferire la scorciatoia dell’appartenenza alla sfida del mercato – non sa più garantire.  La rivoluzione trentina non è tale per questioni anagrafiche: è tale perché è post-partitica. Chi ha rifiutato il mercato proposto dai partiti tradizionali è infatti stato premiato da elettori che hanno dimostrato ancora una volta di essere più avanti dei politici, cogliendo la forza innovativa, il linguaggio moderno, persino il candore di alcuni candidati che da ieri sono sindaci.  Come direbbe Diamanti, in una società che guarda sempre di più attraverso lo specchietto retrovisore, incapace dunque di proporre un’idea di futuro, Berlusconi – piaccia o non piaccia – è l’unico che ha proposto un sogno. Ebbene, in Trentino, in assenza di Silvio (latitanza colpevole, per tutta l’area del centrodestra, che porta a casa la sola vittoria di Pellegrini a Lavis), quel sogno l’hanno costruito Miorandi a Rovereto, Grisenti a Baselga di Piné, Caliari a Mori, Mattei ad Arco… Età e formazioni diverse, le loro, ma tutte essenzialmente “decontaminate” dall’appartenenza partitica stretta: tutte espressione di quella che con una parola abusata si chiama la società civile.  Se è vero che il Pd s’è mangiato l’Upt in un sol boccone, se è vero che unito il centrosinistra vince anche le sfide impossibili e se è vero che lo sconfitto Dellai resta ugualmente al centro del proscenio – costretto però a liberarsi in dodici secondi del rutellismo, pena un’anticipata scomparsa dalla scena – è anche vero che i trentini fanno le riforme anche senza i partiti. E la riforma firmata da queste elezioni è un taglio netto con la vecchia politica, e una forte impennata che chiama in causa direttamente i cittadini.  Ieri è cominciato il futuro. E che qualcuno già ci veda il volto di Olivi e non quello di Rossi o di Kessler non conta nulla. Il futuro ha bisogno di idee prima ancora che di persone. E i nuovi leader forse ci sono anche se non li vediamo.

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