"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

Più il lavoro procedeva…

“Più il lavoro procedeva, e più paradossalmente non ne vedevo la fine, anzi mi restava ancora più lavoro da svolgere, mi restavano da vedere e inquadrare sempre nuovi angoli, nuovi punti di vista per ogni piccolo movimento nello spazio, le prospettive appena riprese si ripetevano dopo pochi minuti con un aspetto rinnovato, la luce continuava incessantemente a modificare il senso e l’aspetto, a colorare diversamente volumi e superfici.”

Luigi Ghirri da uno scritto “Per Aldo Rossi”

La fotografia è legata a uno stato di solitudine

Viaggiare da soli ci fa sperimentare il mondo in maniera assai più profonda, nel senso che ci si trova ad appartenere completamente all’esperienza che si sta vivendo. Mentre invece in compagnia, che lo si voglia o no, una parte di sé appartiene all’altra persona. Ma se sei solo puoi sparire, lasciarti andare al luogo e alla gente che ti trovi di fronte. Questa possibilità di abbandonarsi è molto importante, per esempio, per un fotografo: non credo che ci siano mai state grandi foto scattate da persone che non erano sole. Per verificarlo basta guardare la storia della fotografia: si troverà che il novanta per cento di quelle rimaste nella storia sono state scattate da persone sole. La fotografia, insomma, è molto legata a uno stato di solitudine, generalmente vissuta come fatto positivo.

Wim Wenders

Anche l’immaginazione fa parte del paesaggio

Anche l’immaginazione fa parte del paesaggio: lei ci mette in stato d’amore per qualcosa là fuori, ma più spesso è lei che ci mette in difesa con troppe paure; senza di lei non potremmo fare un solo passo, lei poi porta sempre non si sa dove. Ineliminabile dea che guida ogni sguardo, figura d’orizzonte, così sia.

da “Verso la foce” di Gianni Celati

“Osservare” secondo Gianni Celati

“Ogni osservazione ha bisogno di liberarsi dai codici familiari che porta con sé, ha bisogno di andare alla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce, per poter arrivare ad una foce, dove dovrà sentirsi smarrita. Come una tendenza naturale che ci assorbe, ogni osservazione intensa del mondo esterno forse ci porta più vicini alla nostra morte; ossia, ci porta ad essere meno separati da noi stessi.”


Gianni Celati – Introduzione di “Verso la foce”

Fotografia, paesaggio e … coerenza di insieme

“Le fotografie [di paesaggio] recenti ci presentano una varietà dissonante di fatti e condizioni.

A volte l’occhio impietoso della macchina fotografica evidenzia quello che scorre quotidianamente sotto i nostri occhi e che cerchiamo di sorvolare con il nostro sguardo. Altre volte mettono in luce valori residui del paesaggio o il pregio che esso mantiene nonostante le rapide trasformazioni recenti.

Quello che viene a mancare è la coerenza di insieme, in quanto il paesaggio è ormai fatto di frammenti e noi siamo costretti a coglierne il valore per parti. Ciascun elemento trova una giustificazione, ma sono le relazioni reciproche tra le varie componenti e i diversi brani a venire meno.”

dalla presentazione di Bruno Zanon del libro “fotografia, territorio e paesaggio”, volume 3 della collana “quaderni del paesaggio” realizzata da tsm-step

“Ipotesi per la descrizione di un paesaggio” di Italo Calvino

“Ogni volta che ho provato a descrivere un paesaggio, il metodo da seguire nella descrizione diventa altrettanto importante che il paesaggio descritto: si comincia credendo che l’operazione sia semplice, delimitare un pezzo di spazio e dire tutto ciò che vi si vede; ma ecco che subito devo decidere se ciò che vedo lo vedo stando fermo, come di solito stanno i pittori, o almeno stavano, al tempo in cui i pittori dipingevano paesaggi dal vero – tempo che è durato tre secoli a dir tanto, cioè una fase molto breve della storia della pittura – oppure lo vedo spostandomi da un punto all’altro entro questo pezzo di spazio in modo da poter dire quello che vedo da punti diversi, cioè moltiplicando i punti di vista all’interno di uno spazio tridimensionale. Questo secondo sistema si presenta come il più giusto quando si tratta di uno spazio piuttosto ampio, che l’occhio non può abbracciare in un solo sguardo; e d’altra parte lo scrivere è un’operazione di movimento di per se.

Anche se adesso che sono seduto qui a scrivere sembro fermo, sono gli occhi a muoversi, gli occhi esteriori che corrono avanti e indietro seguendo la linea di lettere che corre da un margine all’ altro del foglio, e gli occhi interiori che anche loro corrono avanti e indietro tra le cose sparpagliate della memoria, e cercano di dare loro una successione, di tracciare una linea tra i punti discontinui che la memoria conserva isolati, strappati dalla vera esperienza dello spazio; devo ricostruire una continuità che si è cancellata nella memoria con l’orma dei miei passi o delle ruote che mi portavano lungo percorsi compiuti una volta o centinaia di volte. Dunque è naturale che una descrizione scritta sia un’operazione che distende lo spazio nel tempo, a differenza di un quadro o più ancora di una fotografia che concentra il tempo in una frazione di secondo fino a farlo sparire come se lo spazio potesse esistere da solo e bastare a se stesso.

Ma bisogna subito dire che mentre io scorro nel paesaggio per descriverlo come risulta dai diversi punti del suo spazio, naturalmente è anche nel tempo che scorro, cioè descrivo il paesaggio come risulta nei diversi momenti del tempo che impiego spostandomi. Perciò una descrizione di paesaggio, essendo carica di temporalità, è sempre racconto: c’è un io in movimento, e ogni elemento del paesaggio è carico di una sua temporalità cioè della possibilità d’ essere descritto in un altro momento presente o futuro.”

di Italo Calvino