"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

Nei rapporti con le persone ci vuole tatto.

Gli antropologi spiegano che il tatto è per l’uomo un “movimento essenziale”, fisico e spirituale al contempo. Ci permette d’inerire al mondo, di sentirlo parte di noi e di sentirsi parte di lui. Nello stesso istante in cui l’ambiente ci tocca, noi lo tocchiamo. L’ho già scritto, l’immersione è sempre un’esperienza erotica, cioè tattile. Un tuffo, superficiale o profondo che sia, ci aiuta a mettere da parte per un momento il conoscere mentale, a vantaggio di quello carnale. Imbastiamo una relazione intima con la natura, con l’altro, con noi stessi.

La pelle è il più esteso degli organi di senso, forse la più animalesca, selvatica delle porte percettive. Possiamo chiudere gli occhi, le orecchie, la bocca e il naso, ma non la pelle. Non a caso si dice “toccare per credere” e il bambino ha un’innata predisposizione a conoscere il mondo toccandolo. Toccando noi facciamo esperienza cinetica, non solo con le mani. Ci si conosce stringendosi la mano, ci si saluta abbracciandosi.

Nei rapporti con le persone ci vuole tatto.

Fabio Fiori in “L’abbraccio del mare”

Quando la banalità scompare

“Mi sono fermato di recente sul Canal Grande, nell’autunno avanzato, di sera. Dei palazzi che vi si affacciano solo pochi erano illuminati, i più erano sprofondati nella penombra. (…) Al di sopra delle acque stava sospesa una bruma che smussava gli spigoli. Tra l’oscurità che cala e la nebbia che si infittisce, le forme diventano contorni.

La banalità scompare. Ero venuto al momento giusto.”

Predrag Matvejevic in “Venezia minima”

31° incontro 239-241 nei giorni 21 e 22/09/2025

Breve sintesi fotografica dell’incontro “31° anno” degli ex commilitoni dei corsi 239 e 241 che hanno svolto tutto o parte del proprio anno di “naja” a Tonezza del Cimone nel 1993/1994.

Una (o mille) città

“La città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui s’arriva la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso…”

In “Irene”, una delle 55 città invisibili di Italo Calvino

L’arte da imparare

“…l’arte da imparare in questa vita non è quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti.”

Alessandro d’Avenia in “L’arte di essere fragili”

Discorsi che vengono dagli occhi

Durante la correzione di un tema dedicato alla lettura e dopo aver letto che “leggere implica un atto di responsabilità (…) il professore appoggia la penna, alza lo sguardo come un allievo perso in qualche tantasticheria, e si domanda – oh! soltanto fra sé e sé – se alcuni fim, però, non gli hanno lasciato ricordi simili a quelli dei libri. Quante volte ha “riletto” La morte corre sul fiume, Amarcord, Manhattan, Camera con vista, Il pranzo di Babette, Fanny e Alexander? Quelle immagini gli sembravano ricche del mistero dei segni. Certo, questi non sono discorsi da specialisti – lui non sa nulla della sintassi cinematografica e non capisce il lessico dei cinefili – sono discorsi che gli vengono dagli occhi, ma gli occhi gli dicono chiaramente che ci sono immagini di cui non si esaurisce il senso e la cui visione rinnova ogni volta l’emozione, e anche immagini televisive, sì: il viso del vecchio padre Bachelard, molto tempo fa, a ‘Lecture pour tous…’ il ciuffo di Jankélévitch ad ‘Apostrophe…’ quel gol di Papin contro il Milan di Berlusconi…”

Daniel Pennac in “Come un romanzo”