"Ingegnere per vocazione, fotografo per passione"
 

L’arrivo a Viterbo raccontato da Guido Piovene

“Ricordo un giorno di maggio che giunsi a Viterbo per il Cimino ed il lago di Vico.

Case isolate nelle prospettive spaziose, simili a fortilizi, con un alto muro di cinta intorno al giardino adiacente; torri-vedetta che spuntavano tra i castagni; le rocce pittoresche traforate di specchi, tondeggianti e poco profondi; borghi scuri di tufo, ville di principi, fontane monumentali, greggi di pecore, pastori; e intorno il rosso paonazzo dell’erba medica, il rosso vivo dei papaveri, il turchino dei fiordalisi, il violetto dei cardi sugli steli argentati, il giallo risplendente delle ginestre. Il giallo oro, il purpureo, il paonazzo, il violetto; anche la natura vestita dei colori più ricchi, i colori cardinalizi, di vetrata o di paramento.”

Guido Piovene in “Viaggio in Italia”

Valà valà valà

“Enrico, detto Rico, è il fratello maggiore del mio babbo. A differenza di lui, non è alto di statura, è tarchiato, ha le spalle larghe e ben piazzate e la sua testa ha una forma squadrata che sembra voler spaccare il mondo. (…) Ha sopracciglia nere come la pece, folte come foreste e il vocione.

Parla sempre di un poeta, tale Dino Campana, che è nato a Marradi e di cui lui e il mio babbo sono molto appassionati. Parlano di Dino come se fosse uno di casa, ma a un certo punto io capisco che è vissuto molti anni prima, che lo chiamavano E’ mat (il matto), che è morto dopo aver scritto cose molto belle, in versi, e che non è stato molto felice nella sua vita.

Lo zio Rico è uno dei miei zii preferiti, quando viene a trovarci e parla sembra sempre sul punto di arrabbiarsi, diventa rosso, e invece all’improvviso scoppia a ridere e dice valà valà valà. Sempre tre volte, mai una di più, mai una di meno.”

Ilaria Tagliaferri in “Quando arriva la musica”

Stringe le labbra e mugola

“Gli uomini della mia famiglia paterna sono pelati, le donne, invece, sono capellone.

Mi accorgo, via via che cresco, che mio babbo guarda attento la gente passare per strada, si sofferma sui dettagli con gli occhi a fessura, fa piccole imitazioni estemporanee, se qualcuno o qualcosa lo colpisce.

Se vede un uomo capellone, stringe le labbra e mugola, un po’ come fa con il gelato, con gli occhi socchiusi. Credo voglia dire: come lo invidio, come li vorrei anche io, i capelli. Che belli.”

Ilaria Tagliaferri in “Quando arriva la musica”

Salutarsi con la meraviglia

“Quella meraviglia li, che lui [mio padre] provava …, credo sia la cosa più grande che mi ha lasciato, una cosa che in lui è sempre esistita, e che ho avuto anche io, fin da piccola, perché la rivedevo nei suoi gesti, la sentivo nei suoi racconti: una meraviglia delle cose, un vederle come se fossero sempre nuove e, allo stesso tempo, vecchissime e familiari; una cosa che ancora oggi salta fuori e mi arriva addosso anche in momenti in cui non me l’aspetto.”

Ilaria Tagliaferri in “Quando arriva la musica”

Così in questo paese si smise di tessere

“La prima piena del fiume si verificò negli anni sessanta.

Travolse gli alberghi, i ristoranti, gli stabilimenti balneari, la musica e la festa.

Gladys, una delle poche tessitrici che ancora abita a Puerto Viejo, si ricorda di quando sua sorella sentiva arrivare il treno e usciva correndo verso la stazione con i tessuti realizzati da sua nonna.

I turisti li adoravano.

Ma il treno non arrivò più, i turisti neppure.

Così in questo paese si smise di tessere.”

Elizabeth Gailón Droste in “Útica”

E così aveva fatto mia nonna

“Nel Rio Negro ho imparato a nuotare.

Nelle sue acque torbide mi trasformavo in pesce.

Cercavo pietre lisce, fossili e quarzi sulle sue rive.

E così aveva fatto mia nonna.”

Elizabeth Gailón Droste in “Útica”